P. Sergio Ucciardo, gesuita
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​Ciclo 1
Gesù, maestro di vita, nel vangelo di Marco
“E subito lo seguirono”
(cfr. Mc 1,18)
Quello di Marco è il più essenziale dei quattro vangeli. In poche pagine, presenta un Gesù in cammino, che incontra persone, guarisce, incoraggia, aiuta e insegna. Il nostro percorso è costituito da dieci tappe a frequenza settimanale in cui desideriamo seguire il suo itinerario, lasciandoci provocare dalle sue parole, dai suoi gesti e dal suo stile. Ogni tappa diventa un'occasione di crescita: per conoscere meglio noi stessi, per liberarci da ciò che ci blocca, per scegliere e vivere con più libertà e verità.

IMPORTANTE.
L’‘ignazianità’ della preghiera nasce dall’applicazione del metodo elaborato da sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali. Non basta, quindi, meditare solo sul testo biblico o leggere le note che lo accompagnano: è fondamentale accogliere e mettere in pratica lo spirito delle varie indicazioni contenute nella scheda. Per questo è importante leggere con attenzione quanto segue.

Scheda settimanale 3/10
"Perché avete paura?"

(cfr. Mc 4,40)
Tema. Quando la paura prende il timone. La vita non è minacciata solo dalle tempeste esteriori, ma da quelle interiori che ci fanno dubitare di tutto, anche di Dio. Gesù non promette assenza di burrasche, ma la possibilità di attraversarle scegliendo se restare prigionieri della paura o lasciarsi guidare dalla fiducia.

Creo le condizioni
Prima di iniziare, scelgo un posto tranquillo e una posizione del corpo che mi aiutino vivere il momento della preghiera. Creo intorno e dentro di me il silenzio necessario per ascoltare la Parola e lasciarla scendere nel cuore. È opportuno, per esempio, spegnere il cellulare, avvisare in casa del mio momento di preghiera per non essere disturbati, ecc…). 
Scelgo un momento della giornata in cui ho energie e lucidità. Prendo per me 25-30 minuti per attraversare la scheda con lo scopo di ascoltare nella Parola la voce dello Spirito che abita in me. Evito i tempi di stanchezza all'interno della giornata, perché non mi permetterebbero di vivere la preghiera con frutto.
 
Mi metto alla presenza del Signore
Mi metto davanti a Colui che desidero incontrare: il Signore. Lascio che il suo sguardo, il suo amore e il suo abbraccio mi raggiungano affinché mi facciano sentire al mio posto, davanti a Lui. Sosto il tempo necessario perché io colga questa presenza.
 
Mi abbandono al Signore
Chiedo a Dio, nostro Signore, che la mia vita - memoria, pensieri, desideri, decisioni e azioni - sia orientata a Lui e al suo servizio. Domando di poter entrare in questa preghiera con fiducia e disponibilità, affidando a Lui il mio passato, il mio presente e il mio futuro.
Testo principale: Mc 4,35-41
In quel medesimo giorno, venuta la sera, [Gesù] disse loro: «Passiamo all'altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
​Immagino la scena
Dopo aver letto una prima volta l’intero testo principale, se può aiutarmi, lascio che la scena prenda forma in me immaginandola: personaggi, sguardi, parole, gesti, movimenti. Io sono lì, respiro la stessa aria, mi muovo tra i personaggi, partecipo con cuore, mente e corpo, mi sintonizzo con quella scena che ha a che fare con me e con il mio mistero, qui ed ora.
Richiesta di grazia (che orienta tutta la mia preghiera)
Chiedo la grazia di riconoscere le mie paure quando prendono il comando e di lasciarmi condurre da Gesù in mezzo alle tempeste, imparando a fidarmi di Lui più di quanto mi fido delle mie sicurezze.

TESTO BIBLICO PRINCIPALE. Corredato solo da alcuni essenziali spunti e riflessioni per accompagnare la preghiera personale secondo lo spirito di s. Ignazio, il quale ricorda che non è il molto sapere a saziare e soddisfare l’anima, ma il sentire e il gustare interiormente le cose, così che chi prega possa ricavare maggior gusto e frutto spirituale riflettendo e ragionando da solo (cfr. Esercizi Spirituali 2).
Le tre sezioni del brano biblico possono essere meditate in giorni diversi oppure in un unico tempo di preghiera. Tuttavia, anche scegliendone solo una, il metodo proposto nella scheda va seguito integralmente ogni volta che si compie il momento di preghiera.
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Parto dall’inizio del testo biblico e mi lascio fermare da quella parola, frase, concetto o immagine che suscita in me un movimento o una risonanza interiore particolare (per es. pace, serenità, paura, tristezza, ecc...). Se questo accade, significa che quella parte di testo tocca la mia vita presente e concreta: è lì che la Parola, e in particolare, quella precisa porzione di testo, mi vuole dire qualcosa e per questo la prendo in seria considerazione. Mi soffermo finché il movimento/risonanza dura, per “sentire e gustare interiormente” l’esperienza che il testo mi offre. Mentre sto su quel movimento mi chiedo: "cosa mi sta dicendo? Perché ho questa risonanza? A cosa mi sta chiamando?". Non ho fretta di andare avanti: anche se passo tutto il tempo su un solo versetto, su una sola parola o su una sola immagine, la preghiera è pienamente vissuta. 
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Non cedo alla tentazione di scrivere durante la preghiera, per restare interamente presente all’incontro con Dio, che in quel momento mi parla attraverso la sua Parola.
MOLTO IMPORTANTE: La mia preghiera è sulla Parola di Dio, non sul commento, il quale ha soltanto la funzione di provocare, sottolineando alcuni aspetti, e aiutare ad entrare meglio nella Parola stessa. 
 
Mc 4,35-41
1. «In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui» (Mc 4,35-36).
Note
È sera, e il buio comincia a coprire il lago. È proprio in questo momento di passaggio, quando tutto diventa sfumato e l’insicurezza comincia a crescere, che Gesù propone di andare “all’altra riva”. Non dice cosa ci sia di là, non garantisce nulla, non spiega. Chiede solo di salire e partire. È un invito essenziale, privo di rassicurazioni, che costringe a fidarsi più della sua voce che delle proprie certezze. Il Vangelo ci mette davanti a un rischio: l’invito di Gesù è quasi sempre un attraversamento verso ciò che non si conosce. E se resti fermo, se rimani sulla riva delle tue sicurezze, non lo conoscerai mai davvero. Marco fa notare un dettaglio che rende interessante la scena: “così com’era”. Non c’è tempo per cambiarsi, organizzarsi o sistemare le cose. Lo prendi com’è. Lo prendi nella concretezza del momento, senza filtri e senza condizioni. Gesù non si lascia confezionare in versioni comode e rassicuranti: si accoglie la sua presenza dentro la fatica del quotidiano, nelle situazioni non perfette, persino nel disordine. È questa la condizione reale della sequela: portarsi dentro la precarietà senza attendere il momento “giusto” che non arriverà mai.
La spiritualità ignaziana ci insegna che la sequela comincia sempre dalla realtà presente, non da quella immaginata. Il punto di partenza non è ciò che vorrei essere, ma ciò che sono, con il mio bagaglio di limiti e desideri, di paure e possibilità. È lì, nella verità del presente, che il Signore mi dice “passiamo”. Non mi invita a costruire scenari ideali per partire, ma a mettermi in cammino a partire da ciò che c’è. Il discernimento inizia quando accetto di prendere con me la vita così com’è, con le sue ferite e i suoi germogli, e di lasciarmi condurre in un “altrove” che non ho ancora disegnato. È un cammino che domanda fiducia, libertà interiore, la disponibilità a scoprire che l’altra riva non è un luogo preciso, ma la nuova e migliorata versione della mia esistenza.
  • Sto nella scena biblica e mi chiedo: qual è oggi “l’altra riva” che mi spaventa ma che Gesù mi chiede di raggiungere senza garanzie?
2. «Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”» (Mc 4,37-38).
Note
Il vento strappa le vele, l’acqua invade la barca. I discepoli conoscono il lago, sanno leggere i segni della natura, hanno esperienza di improvvise burrasche, ma questa volta la loro competenza non basta. La vita, a volte, travolge proprio lì dove credevi di avere più controllo. È il momento in cui le tue risorse si sbriciolano e scopri che l’esperienza accumulata non ti salva. C’è un limite che ti inchioda: non basti a te stesso. E Lui cosa fa? Dorme. Non è una scena poetica, ma scandalosa. La sua immobilità sembra quasi crudeltà. Quando la paura ti pervade e la minaccia è reale, il silenzio di Dio ti pesa come un tradimento. Avverti la vertigine di chi sente di non contare nulla ai suoi occhi. La domanda che sale è la più umana, la più disperata: “Non t’importa?”. Non è un ragionamento teologico, è un grido profondo che nasce dall’angoscia.
​In termini ignaziani si parlerebbe di "desolazione" (ma con intento positivo), in cui Dio sembra farsi lontano per far emergere ciò che davvero guida il tuo cuore. Non si tratta di sadismo, ma di un amore che ti educa a scoprire dove stai appoggiando la tua fiducia. La tempesta non è solo fuori, tra le onde che sbattono sulla barca: è dentro, nell’esperienza di sentirsi soli e abbandonati. È lì che il discernimento diventa radicale: non si limita a chiedere “cosa fare”, ma ti spinge a nominare la paura che ti abita, perché finché non la chiami per nome sarà lei a governare le tue scelte. È un atto di verità che disarma: dire “ho paura” non per arrendersi, ma per lasciare che quella paura sia illuminata e non resti invisibile a determinare la rotta della tua vita.
  • Sto nella scena biblica e mi chiedo: dove, oggi, ho la sensazione che Dio dorma, e come posso restare in relazione con Lui senza scappare dalla mia paura?
3. «Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”» (Mc 4,39-41).
Note
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Gesù non discute con la tempesta: la zittisce. Non cerca argomenti, non spiega il perché, non giustifica il suo ritardo. Con una parola sola interrompe il caos, fa tacere ciò che paralizza e restituisce ai discepoli uno spazio di respiro. È come se la sua autorità non consistesse nel dare spiegazioni, ma nel ridare possibilità alla vita, riaprendo l’orizzonte che la paura aveva chiuso. Ma non si ferma lì, perché il vero centro non è la forza del vento, ma la fragilità del cuore. “Perché avete paura?” non è un rimprovero morale, ma una domanda che scava: a chi stai affidando il timone della tua vita? Questa domanda è tagliente perché non si accontenta di sapere cosa credi, ma ti obbliga a misurarti con la fiducia reale che sei capace di esercitare. La fede non è un concetto da conservare nella mente, ma una relazione da vivere quando non hai più il controllo. È lì che si manifesta se la tua fiducia è solo teoria o se diventa un atto concreto che ti libera dalla paralisi. Non si tratta di eliminare la paura, ma di lasciarla attraversare da una Presenza che è più grande di essa.
Per Ignazio, questo momento è il “punto di verifica” della sequela: non basta aver lasciato le reti o aver accettato di salire sulla barca. La sequela si gioca nel passaggio attraverso le tempeste interiori, quando l’affidamento viene messo alla prova e la logica dell’“avere tutto sotto controllo” si rivela illusoria. Qui il discernimento non è chiedersi “come uscirne”, ma “in chi confidare”. È proprio in questi passaggi che si misura la libertà interiore: non subire la paura, non negarla, ma scegliere di lasciarsi condurre nonostante essa. Il magis, in questa prospettiva, non è fare di più, non è moltiplicare gli sforzi, ma fidarsi di più: lasciare che la fiducia diventi criterio e sostanza delle decisioni. È un di più qualitativo, non quantitativo, che apre la possibilità di vivere anche l’imprevedibile come spazio abitato da Dio. Così la tempesta, invece di essere solo un pericolo da evitare, diventa il luogo dove il discepolo scopre chi è davvero il Signore e chi è davvero lui.
  • Sto nella scena biblica e mi chiedo: quale scelta oggi posso compiere che nasca non dalla paura di perdere, ma dalla fiducia di guadagnare Vita?
Il Colloquio: "Termino (la meditazione) immaginando Cristo, nostro Signore, davanti a me" (dagli Esercizi Spirituali)
Il punto più alto di tutta la meditazione è quello di parlare e dialogare direttamente con Gesù. Quindi...

...metto ora da parte la Scrittura e parlo con Lui, a tu per tu, come “un amico parla a un altro amico”. Riprendo, "secondo quello che sentirò in me", ciò che è nato in questa preghiera: sentimenti, ricordi, nuove consapevolezze, desideri, grazie ricevute o da chiedere, cioè riprendo ciò che ho vissuto mentre dialogavo con la sua Parola. Porto nel colloquio con Dio anche la mia esperienza della “Richiesta di grazia” che ha orientato tutta la preghiera e che ho fatto all'inizio di questo tempo di preghiera: mi sento di averne ora maggiore chiarezza? Non ne ho fatto particolare esperienza in questo tempo? In generale mi chiedo davanti a Lui: “Con questo momento di preghiera, con questo passo biblico, a cosa sento che Dio mi chiami?”. Porto questa chiamata concreta davanti a Lui, presentando la mia disponibilità o la mia fatica, e chiedendo la grazia di viverla nella vita di ogni giorno.
Preghiera conclusiva
Recito con gratitudine un Padre nostro oppure un’altra preghiera che in questo momento esprima meglio il mio dialogo con il Signore.

 Rilettura della preghiera (da fare per iscritto)
Terminato l’esercizio, mi concedo un momento di pausa prima di rileggere interiormente ciò che è accaduto nella preghiera.
Seduto o camminando, dedico ancora qualche minuto a verificare “come è andata”: se ho seguito il metodo, quali frutti spirituali ho ricevuto, quali intuizioni o inviti al cambiamento sono emersi riguardo al mio modo di parlare, agli atteggiamenti verso me stesso e verso gli altri, alle decisioni da prendere e agli ambiti concreti in cui agire. Quali appelli la Parola ha provocato in me? L’esperienza vissuta è un dono di Dio attraverso la sua Parola e comporta per me una responsabilità: ora che ho riconosciuto i punti su cui è necessario che io lavori e che mi servono per un passo verso la vita piena, ne sono custode e responsabile. Sapendo che la vita cresce e si trasforma con decisioni reali e non solo con buone intenzioni, annoto i punti principali su un foglio come piste operative da attuare nella giornata e nel prossimo periodo. Per tale motivo è utile tenere con sé un “Diario di bordo” per l’intero percorso. 

Un ulteriore brano su cui sostare nel corso della settimana
Nei giorni successivi, può servire come spunto per approfondire e ampliare il tema specifico proposto in questa scheda, applicando sempre lo stesso schema di preghiera usato per il testo principale (anche se con un commento specifico meno ampio).
 

Mc 6,45-52. Quando Dio arriva nel modo che non ti aspetti
  • Gesù “costringe” i discepoli a partire senza di Lui. È un verbo forte: non chiede, impone. A volte il Vangelo ci porta dove non vorremmo andare, ci fa salire su barche che affrontano "venti contrari". L’assenza di Gesù non è abbandono, ma spazio in cui la fede deve respirare senza sostegni espliciti. È il momento in cui le sicurezze cadono e ciò che resta è la domanda: su chi o su cosa sto davvero poggiando?
    Quando vivo un’assenza di Dio, come leggo questo vuoto: punizione o spazio per crescere?
  • Nel cuore della notte, mentre i discepoli lottano controvento, Gesù dal monte li vede e si avvicina. La sua preghiera non è fuga, ma presenza in un’altra forma: non è accanto a loro fisicamente, ma li custodisce con lo sguardo. La spiritualità ignaziana insegna che il Signore non distoglie mai lo sguardo: anche se non lo percepiamo, c’è un filo che ci tiene uniti a Lui, invisibile ma reale. Questo sguardo, quando lo riconosciamo, diventa forza per continuare a remare.
    In quali circostanze posso oggi credere che Lui mi vede, anche se non lo sento?
  • “Sono io” è più di una rassicurazione: è un’epifania. È la stessa formula con cui Dio si rivela a Mosè nel roveto. In quelle parole c’è la sua identità e la sua vicinanza. Accoglierle significa smettere di leggere il vento e le onde come segnali di sconfitta e vederli come luoghi in cui Lui si manifesta. Ignazio ci invita a cercare Dio “in tutte le cose”, anche nel mare agitato: lì, nel cuore della prova, si può sperimentare una presenza che non elimina la fatica, ma libera dalla paura di non farcela.
    ​Quale vento contrario nella mia vita può essere attraversato se accolgo la sua presenza così com’è, qui e ora?
Nota ignaziana
Nella pedagogia degli Esercizi, Ignazio invita a non limitarsi alla superficie delle emozioni, ma a interrogarsi su ciò che accade in profondità. In questo brano, Gesù si presenta in un modo che destabilizza: viene scambiato per un fantasma. Anche le esperienze di Dio, a volte, possono inizialmente spaventare, perché non rientrano nei nostri schemi. Il discernimento non consiste nell’evitare ciò che ci turba, ma nel sostare davanti a quelle manifestazioni inattese, finché non rivelano la loro origine. Ignazio direbbe che lo spirito buono può arrivare con segni che non riconosciamo subito, ma che alla lunga generano pace e libertà. Così la fede matura: lasciando che Dio sorprenda, anche quando la sua forma non corrisponde alle nostre attese.

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